Il mercato globale diventa il principale artefice del rallentamento della diffusione dell’oppio; in particolare, è l’aumento del prezzo dei cereali, che causa rivolte del pane, instabilità e controversie politiche, a rappresentare il vero input al cambiamento di rotta dell’Afghanistan.

Il prezzo del grano, passato da 157 a 500 dollari la tonnellata, ha costituito un aspetto positivo per uno Stato che nel 2007 produsse il 93% dell’oppio a mondo. Attualmente, il divario di rendimento tra una coltivazione di oppio e una di grano si sta via via restringendo.
In media già oggi un ettaro a papaveri rende 800 dollari al contadino, 350 dollari uno a grano. Ma la disparità di profitto può essere ridotto a zero, con un aumento di produttività , un maggior numero di raccolti, programmi di sostegno, secondo quanto affermato dal ministero dell’agricoltura di Kabul.
Questa circostanza ha iniziato a produrre i suoi effetti: molti contadini hanno iniziato a destinare parte delle loro terre al grano, a scapito dell’oppio. Tale trend, però, è ancora circscritto alle aree di Kunduz o Baghlam, ma non alle aree in cui il dominio dei Talebani è ancora forte, in cui i coltivatori hanno paura di abbandonare la coltura dell’oppio.
Ciò che risulta realmente interessante di questa esperienza, è come tale cambio di rotta sia avvenuto “grazie” ad una congiuntura economica negativa, che non per via dell’opera di sensibilizzazione delle Nazioni Unite.